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Elle: A Venezia con le donne cuore e motore della ripartenza del cinema (e non solo)

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Erano gli inizi di marzo, sono passati pochi mesi ma sembra un’altra epoca. Per il cinema italiano l’anno era iniziato col botto. I dati del box office registravano una vistosa impennata, il pubblico era tornato a gremire le sale, due italiani – uno strepitoso Elio Germano, protagonista di Volevo nascondermi e la fiaba al vetriolo di Favolacce dei fratelli D’Innocenzo – avevano appena conquistato il podio della Berlinale. I mesi a venire serbavano la promessa di una primavera fitta di uscite, in un’Italia pronta a trasformarsi in un gigantesco set a cielo aperto con un numero importante di produzioni internazionali.

Il resto è cronaca: la pandemia e il lockdown sono calati di lì a pochi giorni come una mannaia su ogni previsione e speranza, hanno spento entusiasmi, falcidiato reti, progetti e sinergie, blindato set e sale, congelando un intero settore per lunghi mesi. Un’industria, quella cinematografica, che sta ripartendo proprio qui e ora da Venezia, il primo Festival internazionale che riapre sale e schermi lanciando un coraggioso segnale di fiducia dopo questa lunga emergenza.

Il segnale però arriva da lontano: fin dall’inizio, infatti, dietro le porte chiuse del confinamento, nelle retrovie virtuali dello smartworking, una comunità di operatori dell’industria del cinema continuava a lavorare instancabilmente nell’ombra, cercava soluzioni e fondi a sostegno dei lavoratori e per garantire la ripresa delle attività produttive, immaginava nuove forme di fruizione, preparando il terreno perché la ripartenza che ora muove i primi cauti passi fosse possibile.

A raccontarcelo, con un certo sollievo e con entusiasmo straripante, sono le donne delle associazioni di autori e produttori, a partire da 100autori, la più grande rete italiana che rappresenta registi e sceneggiatori del cinema e della tv, autori di documentari, film d’animazione e in genere del mondo dei new media. Un manipolo di signore che qui al Lido si sono ritrovate (e fotografate) in questi giorni per fare un punto e tirare le fila di un silenzioso lavoro di tessitura. Molte di loro lavorano infatti dietro le quinte, ma vantano profili altissimi e quando non ricoprono ruoli istituzionali portano comunque sulle spalle responsabilità cruciali. Per la ripartenza del settore, ci hanno spiegato, “il nostro lavoro, l’impegno e la passione che abbiamo profuso fin qui sono stati cruciali”.

Nate pronte

Cruciali perché “Come ovunque, anche nel nostro settore le donne hanno reagito all’emergenza in maniera più efficiente e produttiva”, spiega Mina Larocca, direttore generale dell’ANICA, l’associazione che rappresenta le industrie cinematografiche italiane, “perché a mio avviso si sono ritrovate a gestire contemporaneamente più fronti, anche tradizionali, senza perdere un colpo professionalmente. Abbiamo riorganizzato velocemente smart working e ridistribuzione del lavoro in remoto facendo fronte da subito alle richieste di assistenza, supporto e informazioni degli associati, lavorando divisi per gruppi poco numerosi su temi specifici, con il coordinamento centrale molto attivo del Presidente. L’emergenza ha accelerato un processo che era già in atto e di cui le imprese hanno riconosciuto il valore e l’utilità”.

Piena operatività anche da remoto e salvaguardia dei propri lavoratori: questa la strategia dell’emergenza messa in atto anche dalla squadra tutta femminile dell’APA, associazione confindustriale dei produttori audiovisivi di fiction, intrattenimento, documentari e animazione: ce lo racconta il segretario generale Chiara Sbarigia: “La sicurezza del personale è stato il nostro faro, come la vicinanza allo staff, alle sue esigenze familiari e la sua tutela economica: nessuna riduzione è stata introdotta negli stipendi e nessuno è stato messo in cassa integrazione”.

Più welfare per tutti

“La pandemia ha avuto l’effetto di una sospensione spazio-temporale”, ricorda Concetta Gulino, direttore di 100autori, “un doloroso fermo immagine che ha costretto a sospendere le riprese, le preparazioni e le post-produzioni. Il lockdown ha poi reso evidente un problema da sempre sentito nel nostro comparto: la carenza di un welfare. Registi e sceneggiatori sono gli unici, oltre agli attori, ad essere esclusi da qualunque forma di ammortizzatore sociale, gli unici membri della squadra creativa che non possono fare richiesta per il sussidio di disoccupazione. Durante il lockdown, i registi, in particolare, hanno dovuto interrompere qualunque attività. Questa situazione di assoluta urgenza ha evidenziato ancor di più la necessità di un welfare che, al di là dell’emergenza, riveda anche le altre indennità – malattia, la maternità – che al momento per la nostra categoria sono oggetto di una giurisdizione confusa”.

Operazione set aperti

“La parola d’ordine è stata: creare subito le condizioni per la ripresa”, continua Sbarigia di APA. “Era chiaro che, se non ci fossero state le condizioni per riaprire i set in estate, le piccole e medie società avrebbero rischiato di non ripartire più, mentre le multinazionali sarebbero state spinte a delocalizzare le produzioni in paesi meno colpiti dal Covid. Il settore, tra occupazione diretta e indotto, occupa quasi duecentomila lavoratori, quasi tutti ‘intermittenti’, e bisognava salvaguardare anche questa enorme forza lavoro”.

E così associazioni e sindacati hanno lavorato senza sosta in quei giorni per scrivere un protocollo condiviso e approvato dai ministeri, che ha consentito di riaprire i set in totale sicurezza e in tempi rapidi. In questa operazione collettiva “i produttori associati sono stati di grandissimo aiuto”, precisa Sbarigia, “mettendo a disposizione esperienza, personale specializzato, consulenti e tutto quello che poteva aiutare a superare la crisi”.

Una squadra bellissima

“Lavorare in team è stato fondamentale nella crisi e nella ripresa”, ricorda Francesca Medolago Albani, responsabile della pianificazione strategica di ANICA. “E sotto questo profilo le donne hanno una marcia in più: sanno che la divisione di compiti e responsabilità non diminuisce nessuna, anzi, arricchisce i risultati. Forse perché siamo abituate a lavorare su più fronti contemporaneamente e sappiamo di non poter fare tutto. Sono contenta che siano tante le donne in ruoli apicali nel nostro settore, sia nelle imprese che nelle associazioni, nelle professioni specialistiche e nelle iniziative di promozione”. Eppure, fa notare Medolago, nelle strutture organizzate in modo fortemente gerarchico, questo processo è più lento: “ad esempio, sono ancora poche le donne capi reparto sui set: solo alcuni (costumi, set design) sono spesso guidati da donne. Ma è dimostrato che il settore audiovisivo offre già in misura maggiore di altri comparti industriali occupazione qualificata con una forte componente femminile e giovanile. Continuiamo a lavorare su questo, la formazione avrà un ruolo importantissimo”.

Venezia è femmina

Così come è importante il segnale lanciato della Mostra del cinema, che in questa edizione coraggiosa e difficile ha proposto una selezione connotata da una fortissima presenza femminile: “Penso che Biennale cinema abbia guardato alla qualità”, sostiene Fabia Bettini, che dirige Alice nella città, la prestigiosa sezione autonoma della Festa del cinema di Roma dedicata alle giovani generazioni, “e quest’anno sia stata capace di intercettare una tendenza di storie forti ed estreme con donne alla regia, da Susanna Nicchiarelli a Jasmilas Zbanic solo per citarne alcune. Ciò dimostra in modo lampante che quando le donne sono libere di raccontarsi e hanno i mezzi per farlo i risultati non si fanno attendere”.

Il cinema che cura

È stata una scelta coraggiosa quella del Direttore Barbera”, aggiunge Concetta Gulino, “un segnale per l’industria, per il Paese e per il mondo; ci dice che rispettando in maniera rigorosa le norme vigenti in materia di sicurezza e distanziamento, si può tornare in sala. Penso che il cinema, oltre a essere uno strumento di evasione, di intrattenimento e stimolo culturale, abbia anche una funzione lenitiva, curativa. Una funzione che non ha mai smesso di esercitare nei mesi difficili che abbiamo passato: “Le forme alternative e innovative di sfruttamento dei prodotti audiovisivi durante questo periodo appena trascorso di isolamento rappresentano soluzioni che probabilmente accompagneranno la visione nei cinema anche in futuro”, prevede Mina Larocca. “Il cinema ha dimostrato di poter unire grazie alle trame dei film, di avere la capacità di reinventarsi e di uscire dagli schemi”, aggiunge Fabia Bettini, che con Alice nella Città ha promosso sotto lockdown l’iniziativa #cinemadacasa, coinvolgendo oltre 200 finestre, dall’Italia al Vietnam, che proiettavano in simultanea film sui palazzi delle città. “Su quella stessa onda emotiva abbiamo poi immaginato con Gianluca Giannelli il Timvision il Floating Theatre di Roma, un’arena galleggiante all’Eur, la nostra finestra sull’Eur, con 30 giorni di programmazione”, racconta con orgoglio Bettini, che si dice convinta che nelle difficolta del periodo la gente tornerà a riempire i cinema. “La sala però”, conferma Larocca, “con le innovazioni indispensabili che il mercato e questa fase delicata richiedono, rimarrà centrale, per la forza onirica che offre un’esperienza immersiva e condivisibile, e che solo la visione di un buon film può regalare”.

Fonte: Elle.com



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