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Microdramas: serialità in formato verticale nella società dell’accelerazione

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Viviamo in un’epoca in cui tutto sembra accelerare: la tecnologia cambia prima ancora di avere imparato a usarla, e le abitudini e i modi di vivere mutano nel giro di pochi anni anziché di generazioni. Anche il ritmo delle nostre giornate si è fatto più serrato, e lo vediamo negli spostamenti, nelle relazioni, persino nel modo in cui mangiamo.

Il sociologo Hartmut Rosa ha definito questa condizione “stallo frenetico”: corriamo sempre più velocemente, eppure abbiamo spesso la sensazione di non andare da nessuna parte. È un paradosso, perché le tecnologie dovrebbero farci risparmiare tempo, ma nel frattempo ci offrono un numero sempre maggiore di possibilità, molte più di quante potremo realisticamente sperimentare. Il risultato è che il tempo libero non aumenta: al contrario, tende a comprimersi e a frammentarsi, diventando una serie di intervalli, piccoli spazi vuoti tra un impegno e l’altro, sempre meno adatti a una fruizione lunga e impegnativa.

Ma non è cambiato soltanto il tempo che abbiamo a disposizione: è cambiato anche il modo in cui lo usiamo. Il filosofo Byung-Chul Han ha osservato come stiamo progressivamente perdendo la capacità di concentrarci a lungo su una sola cosa, perché la nostra attenzione tende a saltare continuamente da uno stimolo all’altro. Notifiche, messaggi, video, immagini, feed: la nostra esperienza quotidiana è sempre più frammentata, e non sorprende quindi che cerchiamo contenuti altrettanto facili da attraversare. Contenuti “lisci”, per usare una definizione che ben descrive questa tendenza, prodotti che non oppongono resistenza, che non richiedono un particolare sforzo interpretativo, che scorrono senza attrito e che possiamo consumare con un rapido scroll.

È in questa cornice che si inserisce, con grande naturalezza, il fenomeno dei microdramas.

Una serie televisiva che sta nel palmo di una mano

Il microdramma, chiamato anche vertical drama o short drama, è una forma di serialità audiovisiva composta da episodi brevissimi, che in genere durano dai sessanta ai novanta secondi, anche se in alcuni casi possono arrivare a tre minuti. Una singola serie può però essere composta da quaranta, sessanta, ottanta o addirittura centoventi episodi: il risultato è una storia lunga, ma spezzettata in unità brevissime, e soprattutto pensata per essere vista sullo smartphone.

I microdramas sono infatti girati interamente in verticale, e non si tratta di una semplice scelta estetica: il formato nasce per adattarsi al modo in cui utilizziamo il telefono, cioè tenendolo in mano e guardandolo verticalmente, magari in metropolitana, in fila, durante una pausa o nei pochi secondi che abbiamo a disposizione tra un’attività e l’altra.

Il fenomeno nasce in Cina intorno al 2018 e sembra rappresentare una naturale evoluzione delle cosiddette web novel, romanzi digitali pubblicati un capitolo alla volta e spesso distribuiti secondo un modello pay-per-view. Le web novel avevano già individuato una formula estremamente efficace, fatta di storie ad alto coinvolgimento, ricche di colpi di scena e costruite per spingere il lettore a continuare; il microdramma trasferisce questa stessa logica nel linguaggio audiovisivo.

Dalla Cina il fenomeno si è rapidamente diffuso nel resto del mondo, fino a trasformarsi non soltanto in un nuovo formato narrativo, ma in un vero e proprio mercato. Secondo il report di Omdia presentato al MIPCOM, nel 2025 il settore avrebbe raggiunto un valore di circa 11 miliardi di dollari su scala globale. A riprova di questa tendenza in crescita, le stime più recenti di MPA prevedono che i ricavi, al di fuori del mercato cinese, passeranno da 2,7 a 3,6 miliardi di dollari nel 2026, per arrivare a 9,5 miliardi entro il 2031.

Una delle ragioni del successo dei microdramas è, naturalmente, il formato. Lo smartphone lo utilizziamo quasi sempre in verticale: secondo alcune rilevazioni, lo teniamo in questa posizione per circa il 94% del tempo in cui lo usiamo, e una ricerca del 2025 suggerisce che i video verticali ottengano, sullo smartphone, tassi di completamento sensibilmente superiori rispetto a quelli orizzontali (76% contro 54%). Il dato è semplice: girare in verticale significa adattarsi al modo in cui le persone tengono in mano il proprio dispositivo.

Ma forse il dato più importante riguarda l’attenzione: circa due spettatori su tre abbandonano un video se questo non riesce a catturare il loro interesse entro i primi tre secondi. Questo significa che, per chi scrive un microdramma, non è sufficiente raccontare una storia interessante, ma bisogna riuscire a catturare lo spettatore immediatamente.

In questo senso, il microdramma è perfettamente coerente con quella che potremmo definire l’architettura delle piattaforme contemporanee.

Una macchina progettata per farci continuare

Negli anni Novanta, lo studioso B.J. Fogg ha coniato il termine captology, una crasi di computers as persuasive technologies. L’idea è che i computer e le tecnologie digitali non siano soltanto strumenti che ci forniscono informazioni, ma possano essere progettati anche per influenzare e modificare i nostri comportamenti. Le notifiche, l’autoplay, i sottotitoli automatici e i feed potenzialmente infiniti rispondono, in modi diversi, a questa logica, e non è una coincidenza che molti di questi elementi siano fondamentali anche nel funzionamento dei microdramas.

Sulle piattaforme cinesi che hanno contribuito alla nascita e alla diffusione del fenomeno, come Douyin e Kuaishou, l’algoritmo favorisce i contenuti capaci di generare coinvolgimento e di trattenere l’utente il più a lungo possibile: un episodio termina e quello successivo può cominciare automaticamente, tanto che spesso lo spettatore non deve nemmeno decidere consapevolmente di continuare a guardare, perché l’episodio successivo è già iniziato. Così accade spesso che si comincia a scorrere casualmente un feed e, dopo qualche minuto, ci si ritrova immersi in una storia che continua da episodio a episodio, al punto che interrompersi può sembrare più faticoso che continuare.

Ed è proprio qui che il microdramma mostra una delle sue caratteristiche più interessanti: non è soltanto un prodotto narrativo, ma una forma narrativa costruita all’interno di un ambiente tecnologico che favorisce la continuità della fruizione.

Quando è la scrittura a doversi adattare

Ma a cambiare non è soltanto il modo in cui guardiamo queste storie: cambia anche il modo in cui vengono scritte. Un episodio di sessanta o novanta secondi corrisponde, più o meno, a una o due cartelle di sceneggiatura, e nel complesso una serie di decine di episodi può avere una lunghezza paragonabile a quella di un lungometraggio. La differenza è che la struttura è completamente diversa: un film può sviluppare una situazione lentamente, costruire un personaggio, lasciare un silenzio, rimandare una spiegazione; un microdramma, invece, deve funzionare immediatamente. Ogni episodio deve essere in grado di attirare l’attenzione, sviluppare rapidamente una situazione e lasciare lo spettatore con il desiderio di vedere quello successivo.

Questo vincolo produce almeno due conseguenze importanti.

La prima riguarda i generi e i personaggi. I microdramas utilizzano spesso un repertorio narrativo immediatamente riconoscibile: vendette, differenze di classe, identità nascoste, triangoli sentimentali, miliardari sotto copertura, moderne Cenerentole, agenti segreti, matrimoni combinati, ex mogli, suocere ostili, licantropi Alfa. Sono situazioni che il pubblico riconosce immediatamente, e non occorre molto tempo per spiegare il mondo della storia, perché quel mondo appartiene già a un immaginario condiviso.

La seconda conseguenza riguarda il dialogo, ed è forse quella più interessante.

Tutto deve essere detto

Nella sceneggiatura cinematografica esiste un’espressione, on the nose, che indica un dialogo in cui i personaggi dicono esattamente ciò che pensano, ciò che provano o ciò che vogliono: “ti odio”, “voglio vendicarmi”, “non sai chi sono veramente”, “ti ho sempre amato”. Nella sceneggiatura tradizionale, questo tipo di dialogo è spesso considerato un segno di scrittura poco sofisticata, perché una buona scena, in teoria, dovrebbe consentire allo spettatore di capire anche ciò che i personaggi non dicono: il cinema e la televisione tradizionale vivono di sottotesto.

Il microdramma, invece, può permettersene molto poco, non perché gli autori non sappiano utilizzarlo, ma perché il formato richiede un’altra economia dell’attenzione. Se un episodio dura sessanta secondi, non c’è spazio per una lunga elaborazione interpretativa, e soprattutto lo spettatore che sceglie quel tipo di contenuto spesso non è disposto a investire una grande quantità di attenzione.

Per questo il microdramma tende a rendere esplicito ciò che altre forme narrative lascerebbero implicito: il personaggio dice quello che sente, un altro personaggio commenta il suo comportamento, la situazione viene chiarita rapidamente e la possibilità di equivoco è ridotta al minimo. Da questo punto di vista, il microdramma sembra avvicinarsi a ciò che Umberto Eco chiamava testo chiuso, cioè un testo che tende a guidare il lettore o lo spettatore verso un’interpretazione precisa, lasciando poco spazio a una cooperazione interpretativa personale. Non bisogna dedurre troppo: bisogna capire subito.

Una serialità compressa

La compressione temporale modifica anche la natura stessa della serialità. La serialità è stata a lungo studiata dai Cultural Studies, e Umberto Eco ha individuato uno dei suoi meccanismi fondamentali nella relazione tra due forze apparentemente opposte: la ripetizione e la variazione. Una serie ci offre qualcosa che riconosciamo e, contemporaneamente, qualcosa che cambia: riconosciamo i personaggi, le situazioni, le regole del mondo narrativo, ma vogliamo anche scoprire che cosa accadrà questa volta. Il piacere della serialità nasce proprio da questo equilibrio.

Nel microdramma il principio rimane lo stesso, e a cambiare è la scala temporale. Una serie televisiva tradizionale può sviluppare questa alternanza nell’arco di episodi da quaranta o cinquanta minuti, concedendosi lunghe scene, deviazioni narrative, momenti di pausa. Il microdramma deve invece ripetere e variare continuamente nello spazio di pochi secondi: ogni episodio deve offrire qualcosa di riconoscibile e, al contempo, introdurre un elemento nuovo, e deve farlo per decine e decine di episodi consecutivi.

Il regno del cliffhanger

In una struttura simile, il cliffhanger diventa praticamente inevitabile. Ogni episodio deve terminare con una domanda, una rivelazione, una minaccia o un colpo di scena: qualcosa rimane sospeso, e l’episodio successivo risolve quella sospensione, ma quasi immediatamente ne crea un’altra, e poi un’altra ancora. Il cliffhanger diventa l’ingranaggio fondamentale dell’intera struttura.

Questa logica era già presente nelle web novel cinesi, dove la sospensione narrativa poteva spingere il lettore a pagare per accedere al capitolo successivo. Il microdramma eredita questo meccanismo e lo porta all’estremo, comprimendo il cliffhanger fino a farlo quasi coincidere con la durata stessa dell’episodio.

Dal binge-watching al micro-acquisto

A questo punto entra in gioco un altro fenomeno: il binge-watching, cioè la visione consecutiva di più episodi durante una stessa sessione. Il binge-watching è diventato possibile soprattutto grazie alla diffusione delle piattaforme on demand. Le ragioni per cui continuiamo a guardare sono molteplici. Possiamo cercare evasione, curiosità, coinvolgimento emotivo, oppure voler semplicemente rimanere dentro un mondo narrativo. Alcuni studiosi hanno parlato, a questo proposito, di una vera e propria esperienza di esplorazione iperdiegetica, in cui la storia si espande oltre il singolo episodio e si insinua negli interstizi della vita quotidiana.

Il microdramma estremizza ulteriormente questa logica, ma introduce anche una differenza importante rispetto al binge-watching tradizionale. Su una piattaforma streaming, una volta iniziata la visione, continuare spesso richiede semplicemente di non fare nulla, perché l’autoplay fa partire l’episodio successivo. Nel microdramma, invece, superata una certa quantità di contenuti gratuiti, continuare può richiedere un pagamento, magari piccolo, magari soltanto per sbloccare qualche episodio: il binge-watching diventa così una sequenza di micro-decisioni di acquisto.

Ogni volta il meccanismo è lo stesso: un cliffhanger, una domanda, una curiosità, e la possibilità di pagare per sapere subito che cosa succederà.

Personaggi che non devono diventare ciò che sono

La compressione temporale agisce anche a un livello più profondo: quello della struttura narrativa. Se utilizziamo le categorie della semiotica narrativa di Greimas e Fontanille, possiamo osservare il funzionamento dei microdramas sia sull’asse dell’azione, cioè su ciò che i personaggi fanno, sia su quello delle passioni, cioè su ciò che provano.

Un protagonista tradizionale spesso attraversa un percorso: deve imparare qualcosa, deve acquisire una competenza, deve diventare capace di fare ciò che, all’inizio della storia, non era ancora in grado di fare. Nel microdramma questo percorso viene spesso eliminato: il protagonista non conquista il proprio poter-fare, ma scopre di possederlo già. Il miliardario sotto copertura è già miliardario, l’agente segreto è già un agente segreto, il protagonista apparentemente insignificante nasconde già un’identità straordinaria, la moderna Cenerentola possiede già, da qualche parte, il proprio riscatto. Il personaggio non deve diventare qualcosa: deve rivelare di esserlo già.

È una scorciatoia narrativa molto efficace, che evita di dover raccontare un lungo percorso di formazione e permette di arrivare rapidamente alla ricompensa o alla punizione. La vendetta viene compiuta, il colpevole viene punito, il protagonista viene riconosciuto, la giustizia viene ristabilita, e tutto può avvenire nel giro di pochissimi episodi.

Anche le emozioni devono arrivare subito

Qualcosa di simile accade sul piano delle passioni. I personaggi dei microdramas vengono spesso introdotti attraverso etichette immediatamente riconoscibili (la suocera, l’ex moglie, il marito infedele, la giovane donna povera, il ricco erede) e queste definizioni sono già sufficienti per attivare una serie di aspettative nello spettatore, che sa più o meno che cosa aspettarsi.

Anche le emozioni vengono manifestate rapidamente: il personaggio dice ciò che prova, la passione viene esplicitata, e spesso un altro personaggio commenta apertamente ciò che è appena accaduto, fornendone per così dire la valutazione morale o emotiva. Non c’è bisogno di lasciare tutto all’interpretazione dello spettatore.

Il microdramma, sia sul piano dell’azione sia su quello delle passioni, tende dunque a eliminare sistematicamente il non detto: non c’è tempo per costruire lentamente un significato, e non c’è tempo, soprattutto, per aspettare che lo spettatore lo ricostruisca.

Un genere ibrido

Il microdramma può essere considerato anche un vero e proprio genere ibrido. Dalla serialità televisiva eredita la promessa di una storia lunga, composta da molti episodi e da un arco narrativo complessivo; dal video breve dei social eredita invece il formato verticale, la velocità, il ritmo e soprattutto la logica dell’hook, cioè dell’aggancio immediato.

Una chiave utile per interpretare questo fenomeno è il concetto di remediation, elaborato da Jay David Bolter e Richard Grusin, secondo cui un nuovo medium non si limita a riprodurre un medium precedente, ma lo rielabora e lo trasforma secondo le proprie caratteristiche, incorporando qualcosa del vecchio pur modificandone profondamente il funzionamento. È proprio ciò che accade con il microdramma: non si tratta semplicemente di prendere una serie televisiva e accorciarla, ma di ricostruire l’esperienza stessa della serialità secondo le regole del feed.

La storia lunga viene spezzata in unità brevissime, il formato orizzontale diventa verticale, la scena deve funzionare immediatamente, il dialogo tende a diventare esplicito, il cliffhanger diventa permanente, e l’episodio successivo è sempre a un gesto, a uno scroll o a un piccolo pagamento di distanza.

Il fenomeno arriva anche in Italia

Che il fenomeno abbia ormai superato i confini asiatici lo dimostra anche ciò che sta accadendo in Italia. In questi giorni, a Venezia, Chiara Sbarigia, presidente di APA, ha affermato: «Siamo orgogliosi di annunciare che la terza edizione dell’Italian Global Series ospiterà, per la prima volta al mondo all’interno di un festival, un concorso interamente dedicato ai Microdramas. Il format breve, con la sua straordinaria capacità di conquistare pubblico e piattaforme rinnovando ritmi e fruizione, si affiancherà con una propria giuria e con un ricco programma di masterclass alle sezioni tradizionali Drama, Comedy e Limited Series».

È un segnale significativo: il microdramma non è più soltanto una curiosità asiatica o un formato sperimentale, ma sta diventando un fenomeno globale, capace di attirare piattaforme, produttori, investitori e festival.

Non è soltanto una serie più corta

Il punto, in fondo, è questo: il microdramma non è semplicemente una serie televisiva più breve, ma il prodotto di un particolare momento storico, il primo genere nativo dell’era mobile. Nasce in una società in cui il tempo è frammentato, l’attenzione è continuamente sollecitata e lo smartphone è diventato il principale dispositivo attraverso cui consumiamo contenuti, e la sua forma narrativa è una risposta diretta a queste condizioni.

La verticalità si adatta al modo in cui teniamo in mano il telefono. La brevità si adatta ai frammenti di tempo disponibili. L’hook serve a conquistare un’attenzione sempre più mutevole. Il dialogo esplicito riduce lo sforzo interpretativo, il cliffhanger impedisce alla storia di fermarsi, l’autoplay rende la continuazione quasi automatica, e il sistema di pagamento trasforma la curiosità narrativa in una successione di piccole decisioni economiche.

Il microdramma, insomma, è un formato perfettamente coerente con le condizioni della fruizione mediatica contemporanea: integra i codici della serialità televisiva nella grammatica verticale, rapida e continua del feed. Ed è proprio per questo che merita di essere studiato con attenzione. Non necessariamente perché rappresenti il futuro della televisione, né perché sostituirà le forme narrative più lunghe e complesse (sarebbe semplicistico affermarlo), ma perché ci racconta qualcosa di molto preciso sul presente: come è cambiato il nostro rapporto con il tempo, con l’attenzione, con il desiderio di sapere immediatamente che cosa succederà dopo, e soprattutto con il nostro modo di fruire le storie.

Studiare i microdramas significa quindi osservare un laboratorio in cui stanno già prendendo forma alcune possibili trasformazioni future dei linguaggi audiovisivi, delle piattaforme e delle abitudini culturali del pubblico.

Photo Credits: Foto di Rasheed Kemy su Unsplash



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